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Riflessioni sul Perdono, sulla Dignità e sulla Riconciliazione

Francisco Galán Bermúdez Sánchez

1. I negoziati di pace, generalmente, sono incentrati sulle dimensioni politica ed economica. Quale è la Sua percezione della necessità di toccare aspetti più profondi e genuini della riconciliazione e come si può ottenere questo?

Dalle ceneri della guerra, sta sorgendo una nuova concezione universale, o – volendo – globale, dell’uomo, della fraternità e della solidarietà, della convivenza e dell’amore. La democrazia e la ricerca dell’uguaglianza politica stanno dando origine a nuove forme di governo e di giustizia che innalzano la dignità umana. L’umanità in evoluzione sta creando un nuovo soggetto storico, libero e felice, cosciente e creatore.
L’uomo ha preso coscienza della vita come bene non rinnovabile e dalla durata limitata, diventa consapevole della sua sacralità, e che non può essere resa in cambio di un piacere meschino. L’essere umano è sempre meno disposto ad immolarsi sull’altare della guerra per motivazioni politiche. Infine, è la vita umana nel suo complesso a non essere negoziabile, e tanto meno per soddisfare gli interessi politici di qualcuno.
L’obiettivo principale di un processo di pace è fermare la morte, e porre fine ai conflitti. Quando la guerra diventa un’organizzazione di esseri umani che attentano alla vita degli altri, allora la pace deve essere anzitutto un accordo per allontanare la morte e un impegno per preservare, curare e godere la vita.
Ciononostante, alla fine del processo di pacificazione, quasi nessuno perdona e nessuno si riconcilia veramente con il suo rivale, poiché gli interessi politici o economici delle elite o dei vincitori diventano prioritari rispetto al destino personale delle vittime, dei carnefici e della società. Sono queste elite ad essere incaricate a condurre gli accordi di pace, che dunque finiscono per affrontare le cause oggettive dei conflitti, cercando delle soluzioni per risolverle, ma trascurando di prendere in considerazione la dignità umana dei vinti, e ignorando le vere necessità della società, della quale non sempre lo Stato rappresenta fedelmente gli interessi. I processi di pace sono più influenzati dal potere e dagli interessi politici, che caratterizzati dall’aspetto umano e della fraternità.
In ogni caso, quando un negoziato di pace è trasparente nei confronti delle parti e stipula accordi basati sulla giustizia, anche se una delle parti ottiene dei vantaggi a scapito dell’altra, entrambe si sentono comunque accontentate. La tranquillità data dal non sentirsi ingannati è la pietra angolare sulla quale si regge l’inizio di un vero processo di conciliazione.
Nell’ambito di un processo di pace, la verità è di cruciale importanza, non solo per il suo effetto riparatore, ma anche per quello democratizzante. Alla fine di un conflitto, la verità, la giustizia e la riparazione devono assolutamente garantire la protezione a tutti i protagonisti della guerra. Solo così sarà possibile una legge che metterà un punto finale.
Storicamente parlando, nel nostro paese la negoziazione politica dei conflitti è per lo più inconcludente, oppure si ricicla in nuovi conflitti, con il difetto di prolungarsi molto nel tempo senza raggiungere soluzioni fattibili. Questo avviene perché ad essa manca un elemento fondamentale: quasi mai riesce ad avere un autentico accesso all’agenda personale dei capi e dei combattenti coinvolti in un conflitto. In generale, l’agenda pubblica non coincide con l’agenda personale della maggior parte dei combattenti, e nemmeno l’agenda politica con l’agenda umana.
Si può concludere dunque, che la conciliazione ha diversi assi di sviluppo:

  1. Fra i protagonisti di un conflitto armato. Non basta solo fermare la guerra, ma è necessario, proprio come reale espressione di conciliazione, condividere la scena e garantire l’uguaglianza politica e la partecipazione alla politica, al potere e alla costruzione della democrazia. Nel nostro caso di conflitto fra guerriglia e Stato, l’amnistia è stato un passo molto importante per fermare la morte, tuttavia insufficiente, poiché si è passati da un’opposizione armata ad un’opposizione politica, la quale ha scatenato un acceso conflitto, che a sua volta ha diviso ulteriormente la società.
    Quando una situazione da risolvere viene affrontata in tutti i suoi aspetti, dalla vittoria alla sconfitta, i vincitori sono tenuti ad essere generosi nei confronti dei vinti, e umili nella vittoria. Per consuetudine, si ha la tendenza ad ingigantire gli errori dei vinti e a nascondere quelli dei vincitori. I vinti hanno l’obbligo di chiedere perdono alla società, ma il vincitore ha il dovere di conciliarsi con il suo ex- avversario e di favorire la ricerca della verità e della giustizia.
  2. L’individuo nei confronti di se stesso. La guerra è essenzialmente un atto collettivo che ha lo scopo di eliminare l’avversario attraverso la morte, ma è anche una decisione individuale e consapevole, poiché esige che il combattente neghi la propria vita e sia disposto a morire, e nel percorso, egli perde il senso della vita. D’altronde, per un combattente la difesa della propria vita dipende dalla soppressione della vita dell’altro, la guerra è un vicolo cieco. Pertanto, la conciliazione deve essere accompagnata anche da un impegno nei confronti di se stessi di abbandonare la guerra per incontrarsi con la vita.
    La morte ha un impatto più forte della vita. Ma il sentimento di paura non può dominare sul quello dell’allegria.
    Colui che abbandona la guerra cerca qualcosa di più profondo di quanto essa possa offrirgli, qualcosa di natura diversa. Per esempio, una forte sensazione di paura può essere sostituita da quella più gratificante dell’allegria, del piacere e del senso di appartenenza sociale. L’incontro con la vita deve essere un incontro spirituale con l’ESSERE, tanto profondo da restituire all’individuo il senso dell’esistenza.
  3. Fra le vittime e i carnefici. Si chiede sempre agli ex-combattenti di domandare perdono ed esprimere vergogna di fronte agli altri per i morti e i danni che hanno causato; di conciliarsi individualmente con il prossimo in maniera definitiva; e di compiere un atto sociale collettivo, cioè quello di costruire la pace e di edificare una società diversa. Chiedere perdono è un impegno etico che si esprime attraverso la fraternità e la conciliazione, e con la ricomposizione di un dialogo interrotto fra cittadini. Tuttavia, generalmente un processo di espiazione delle colpe non coinvolge l’insieme dei combattenti e nemmeno dei vincitori, sebbene anche questi abbiano commesso dei crimini, abusando della vita per lucrare sulla guerra. Finché un processo resta incompleto, non può esserci conciliazione.
  4. La società con se stessa. Quand’anche tutti i combattenti chiedessero perdono, non sarebbe sufficiente per conciliare una società. Essa dovrebbe provare una vergogna collettiva, come nazione e come umanità, la vergogna d’aver permesso che nel suo seno si creassero delle situazioni in cui la vita perde ogni suo valore, e persino la morte non conta più nulla, a prescindere dalla fazione di appartenenza. Fino a quando una società non sentirà questa vergogna, non potrà né conciliarsi, né trasformarsi. Provare vergogna per la guerra è la via più veloce di realizzare la riconciliazione in una società, ed è la vera sfida del periodo post-conflittuale.
  5. Della società con lo Stato e con le istituzioni. Storicamente, noi lavoratori della pace abbiamo sviluppato la nostra azione in opposizione alla politica dello Stato e del Governo, con l’obiettivo di sostituire le sue inadeguatezze con delle alternative sociali.

La società sta mettendo in discussione i vecchi modelli di partecipazione politica, e realizzando nuove forme d’azione e di organizzazione sociale. I vecchi modelli di separazione fra Stato e società avevano influito sulla democrazia, allontanando i cittadini dalla partecipazione e lanciandoli verso la negazione dello Stato.
Non può esserci un cittadino senza una democrazia. Essere cittadino significa partecipare alla costruzione della politica pubblica dello Stato. Il cittadino ha il dovere di partecipare alle istituzioni statali, per trasformarle e rafforzarle al fine di favorire la transizione da uno Stato instabile ad un regime più democratico.
Le nostre società sono più predisposte a mantenere la guerra che a costruire una serenità che conduce alla pace. Ed è per questo che è tanto difficile convertire il mondo ad uno stato naturale di fraternità e solidarietà.

2. Quali sono le condizioni nelle quali, al di là dell’assicurare gli interessi della parti in conflitto, può essere stabilito un processo incentrato su un senso di equità e dignità?

Questa società si vergogna di promuovere il perdono e la riconciliazione fra gli individui. Non possiamo dividere la società tra buoni e cattivi. Non è l’odio, il rancore e la vergogna che dà una risposta alla condizione delle vittime. La riparazione non consiste nella vendetta degli offesi. E’ vero che la giustizia deve garantire un castigo giusto, ma questo non può essere una scusa per non rispettare la dignità dell’ex-carnefice, negandogli i diritti. Il criminale non giustifica il boia. È il diritto alla verità, alla giustizia, al recupero dei beni personali e alla pace che dà la certezza sia agli ex-carnefici, sia alla società, che gli atti criminali non si ripeteranno più, e questo sarà l’inizio di un’effettiva riparazione. L’obiettivo finale di una riparazione autentica è che le vittime cessino di essere tali e che recuperino il proprio status di cittadini, e tutte le garanzie per continuare ad esserlo.
In questo senso, si sta sviluppando, come modello avanzato di giustizia, l’applicazione della giustizia riparatoria, che tuttavia non è ancora sufficientemente matura da coinvolgere, alla fine di un conflitto, tutte le parti in contesa; generalmente, infatti, questi processi si fanno solo con una delle parti, quella considerata la perdente. Tanto i vincitori quanto i vinti pretendono una conciliazione nel nome della verità, una restaurazione della società e l’applicazione di una giustizia giusta, però sempre nel rispetto della dignità umana dell’uno e dell’altro. Il giusto, nel concetto di Epicureo, consiste nel non recare danno all’altro, né a subirlo.
Affinché avvenga questo cambiamento nella dignità umana, ogni combattente dovrebbe sviluppare da un lato una profonda riconciliazione con la vita, e dall’altro ristabilirne il senso.
E come si torna a rivalorizzare la vita? Oso rispondere: alterando lo schema mentale della guerra.
La pace, come soluzione definitiva ai conflitti armati, e la riconciliazione devono avere come punto di riferimento l’uomo inteso come soggetto umano e storico. Non bastano i processi collettivi, occorre che questi siano integrati dall’educazione e dalla trasformazione individuale, affinché l’ex-combattente prenda in considerazione la possibilità che se egli attenta alla vita dell’altro è perché ancora non si è riconciliato con se stesso, ossia con la propria vita e con la sua stessa specie, rendendo così possibile il riciclo della guerra in nuove spirali di violenza.
Anni di partecipazione alla guerra generano modelli mentali, logiche di analisi e stili di relazione interpersonale che andrebbero sostituiti con nuovi comportamenti, radicati nella pace e nella conciliazione. In Colombia, la maggior parte di coloro che hanno abbandonato le milizie ritornano alla vita civile e lavorano per la sicurezza privata, perpetuando il modus vivendi antecedente. Pertanto, non basta disarmare i militari, sciogliere le truppe o abbandonare le operazioni offensive, e non basta nemmeno l’adesione a nuove dinamiche politiche, sociali o lavorative, ma è necessario smontare la struttura mentale che è stata forgiata nella pratica quotidiana del mantenersi in stato d’allerta permanente per attaccare o per difendere. Occorre ripensare il rapporto amico-nemico e cambiare la relazione umana fra l’uomo armato e l’uomo civile per impostare fra loro una relazione orizzontale e democratica.
La guerra altera il valore della vita, fa prevalere la figura del nemico sulla vita stessa. La dinamica della guerra fa sì che i combattenti si muovano più nella dimensione dei contrari che in relazioni di convergenza. Le percezioni che producono i conflitti alterano il corpo umano prolungandolo nell’arma, che diventa uno strumento intimo e regolare di difesa. La guerra insegna che non si può contare su nessuno, e nessuno è esente dall’esserti nemico.
Per il combattente, le relazioni con la famiglia, nucleo primario della vita sociale, sono seriamente compromesse dalla guerra. Spesso, infatti, la famiglia, fonte di fiducia e protezione, viene sostituita da un’altra collettività che ha sofferto la stessa sorte, e che molto spesso si allontana ancor più dall’insieme della società.
I programmi di riconciliazione e perdono posseggono una carta enormemente importante per far sì che abbandonare la guerra significhi scegliere definitivamente la vita, la dignità umana, la cittadinanza, un nuovo senso della vita.
Dopo anni di conflitto, occorre molto tempo per ricostruire la dignità della persona.

3. Quanto il perdono è essenziale alla dimensione della riconciliazione? Alla radice della Sua cultura politica e/o della Sua fede religiosa quali sono i principi che implicano o escludono il perdono? Quali versi o detti che fanno parte del Suo personale patrimonio spirituale possono, nella sua opinione, avere un significato universale

Crescendo, l’umanità non sente più il bisogno di darsi dei miti, dei signori della guerra, dei dittatori, dei pontefici, dei generali, etc, e nel suo percorso evolutivo si costruisce nuove comunità, conoscenze, scienze, governi, e interdisciplinarietà, che formano una massa critica di nuovi campi di conoscenza collettiva. Si cerca di realizzare un processo di maggiore e reciproca interiorizzazione e collettivizzazione dell’uomo, che terminerà con la negazione della guerra da parte della società e con la sua consapevolezza di avere dei nuovi obiettivi. In questo secolo, la figura del leader deve integrare l’aspetto politico e quello umano, per ottenere un alto grado di saggezza e di spiritualità, a prescindere dalla religione di appartenenza.
Non è possibile lo sviluppo integrale di un paese senza lo sviluppo integrale dell’uomo. Tanti anni di conflitto e di discordia hanno reso difficile lo sviluppo di una consapevolezza che porta il cittadino ad avere coerenza con se stesso, e hanno distorto la cultura del buon avere e del buon vivere. La diversità di espressioni culturali, di pensiero e di spiritualità sta aprendo il cammino a una nuova concezione dell’avere e del pensare, e alla creazione dell’identità del colombiano, in opposizione alla cultura della guerra e del narcotraffico che sanzionano gli aspetti più deleteri della società, la morte e la razzia.
Tanto l’asepsi spirituale verso la guerra quanto la riconciliazione hanno senso solo se si esprimono generosamente attraverso il perdono. L’evoluzione umana e la crescita spirituale avvengono solo in una collettività che esige la giusta giustizia, una verità condivisa da tutti i protagonisti coinvolti, e soprattutto la riparazione.
L’umanità ha bisogno di un nuovo dialogo con Dio. L’uomo impegnato con la guerra, in competizione con l’altro, che spreca le risorse del pianeta, in dispute e nel godimento del potere, si dimentica di se stesso e della propria evoluzione personale e spirituale. La guerra è un’aggressione a Dio e all’umanità.
Non possono essere solo i mercati ad unire i continenti, ma nemmeno le religioni, che nel nome di Dio dividono le società. Il pianeta si è offeso con l’uomo e reagisce influendo sul suo modus vivendi, Dio è offeso con l’uomo ed esige la conciliazione. La grandezza di Dio e dell’uomo si manifestano nel perdono.
In America Latina, è sorta la teologia della liberazione come concezione cristiana e filosofica a favore dei diritti dei più poveri del continente. Secondo i teologi, nasce da un’esperienza di impegno e di lavoro con e per i poveri, dall’orrore per la povertà e l’ingiustizia, e dalla valorizzazione delle capacità che le persone oppresse hanno di superare la sofferenza e di porsi come fautrici della propria storia. Pertanto, questa teologia non è solo un esercizio intellettuale che si vuole elevare a realtà, la teologia della liberazione è liberazione. Senza un autentico impegno con i prediletti di Dio, i poveri, non ci può essere teologia della liberazione, e nemmeno una trasformazione della società.

4. Il perdono richiede qualche forma di pentimento da parte di coloro a cui il perdono viene offerto? Il perdono ha condizioni o è senza condizioni?

Perdonare non significa dimenticare. Non può esserci perdono dove vige l’impunità, e non può esserci fiducia nel perdono senza la garanzia che il passato non si ripeterà. Perché avvenga il perdono, occorre un atto di riflessione da parte del reo, che si impegna con se stesso a non esserlo più. Tuttavia, è inutile chiedere perdono a coloro che abbiamo offeso se questi non desiderano perdonare, e non è giusto che un colpevole si carichi eternamente di un dolore che potrebbe espiare. L’odio è sempre il primo ostacolo da superare in un processo di riconciliazione, e se questo non avviene diventa impossibile continuare insieme per creare un futuro migliore.

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